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Il Boutique Hotel compie 40 anni!

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Istintivamente ciascuno di noi saprebbe dare una definizione di Boutique Hotel. In realtà – tranquilli tutti – racchiudere questo tipo di struttura dentro una sola descrizione è impossibile. Oggi, 40 anni dopo l’apertura da parte di Bill Kimpton e del suo primo hotel, e quelle successive di Ian Schrager e Steve Rubell, questo innovativo modo di fare turismo è diventato il termometro con cui misurare il nostro modo di viaggiare.

Ciò che è iniziato con solo una manciata di alberghi sulle due coste degli Stati Uniti (e innegabilmente ispirato agli alberghi europei) è oggi un settore importante e in continua crescita nell’industria dell’ospitalità. Quasi ogni grande azienda alberghiera ha la propria versione di un marchio “boutique” e ci sono molti altri alberghi boutique che vengono aggiunti ogni anno. Non solo nelle grandi città.

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Grazie all’avvento di queste chicche pregiate, ora molte cose sono semplicemente standard, negli alberghi grandi e piccoli. L’eredità lasciata da questa visione “boutique” è il bar sempre aperto dove si riuniscono gli ospiti; gli open-space dedicati al co-working; il cameriere che prende l’ordine con un grembiule di denim, invece di guanti bianchi e una cravatta; l’illuminazione in camera attentamente pensata per ogni angolo.

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Tutte queste cose – e tante altre – negli anni sono diventate dei capisaldi e degli esempi virtuosi per i successori. Tante le persone che nel tempo hanno contribuito a questo movimento, soprattutto nelle grandi città americane come New York City, San Francisco e Seattle. Ma anche Los Angeles e Miami. Forti le differenze simboliche da una città all’altra, ma pur sempre con un file rouge: tutti con il desiderio di essere parte della comunità locale o della scena. Tutti con un amore profondamente radicato nel design, nell’ospitalità senza vecchie tradizioni, standard e cliqué soffocanti. Con l’obbiettivo che ogni ospite ricordi per sempre quel soggiorno. 

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Su Marzia Caserio

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